I bambini di Hebo

…. ciò che gli occhi hanno visto, le mani hanno toccato, il cuore ha “sentito”….. 

8 Agosto 2002 si parte, destinazione Eritrea. Inizia così la mia avventura in un angolo d’Africa del tutto particolare, dove molti parlano la nostra lingua e dove molte cose ci parlano dell’Italia.

Grazie alla Missione della Famiglia Vincenziana organizzata a livello regionale della Campania ho potuto conoscere questi nuovi amici, ho potuto portare con me una “malattia” contratta lì che si chiama: mal d’Africa. Chi l’avrebbe detto…

In tutto eravamo 19 persone, quattro suore, due missionari, un diocesano e naturalmente noi giovani sia dell’Associazione Mariana, che del Volontariato Vincenziano. Sei di noi, andiamo ad Hebo.

Hebo, un villaggio dell’Eritrea, a circa 75 Km della capitale Asmara. Sorge a 1800 metri di altitudine e si adagia a mezzacosta sul fianco di una collina. Hebo, una delle tante realtà abituate a vedere in Tv, ma conoscere la sua storia significa prendere coscienza dell’eccezionalità di un popolo, della sua gente e di persone che,  rinunciando alle agiatezze del mondo moderno,  hanno donato speranza a chi è senza speranza.

Ad Hebo infatti, la gente abita in capanne dai muri fatti di terra e paglia e dai tetti di fascine di rami secchi. Di fronte alle capanne un piccolo recinto per non fare scappare gli animali. Un po’ più in basso il terreno scende in una serie di terrazzamenti coltivati, nella stagione delle piogge, tra luglio e agosto, quando è il momento dell’orzo. Il lavoro nei campi è esclusivamente manuale, seguendo ritmi consolidati nei secoli, ed è esposto ai rischi della siccità o talvolta delle inondazioni, che periodicamente cancellano interi raccolti. Le conseguenti carestie sono gravi perchè l'agricoltura, insieme a piccole forme di allevamento del bestiame, rappresenta la principale fonte di sostentamento per gli abitanti

Ai piedi del villaggio troviamo la Missione.

La Cattedrale di S. Giustino (evangelizzatore dell’Eritrea) e l’orfanotrofio adiacente, rappresentano, oggi, le uniche istituzioni caritatevoli esistenti ed attive.

L’orfanotrofio accoglie circa 40 bambini, da zero a quattro – cinque anni, che sono divisi per fasce d’età in tre classi, per lo più orfani di guerra e di malattia. Molte donne muoiono quanto partoriscono.

Le cause sono da ricercarsi oltre nella totale assenza di un’assistenza medico- infermieristica,  sia nella considerevole quantità di tempo necessario per percorrere distanze per noi apparentamenti insignificanti. In Eritrea, infatti, le strade asfaltate, e vale a dire quelle dove passano i collegamenti dei pullman, si contano sulle dita di una mano. Tutto il resto del territorio è servito da semplici sentieri o nelle migliore delle ipotesi da strade sterrate, alcune volte in buone condizioni, più spesso transitabili solo con un fuoristrada. Chi non possiede un fuoristrada, e cioè la popolazione intera, va comunemente a piedi. Questo non scoraggia però la gente a muoversi. Con ai piedi un paio di ciabatte di gomma, si fanno 10, 20 chilometri per spostarsi da un villaggio all'altro, per andare a scuola (quando esiste) o al lavoro, per andare al mercato, o semplicemente per recarsi a trovare un parente.

Quando l'andata dura l'intera giornata, ci si ferma a dormire a casa di qualcuno e si ritorna il giorno seguente. L'ospitalità è semplice e sincera. Tanto per fare un esempio, quando le suore da Hebo vanno per una commissione ad Asmara, che in realtà dista solo 75 Km, stanno fuori la notte e tornano l'indomani.

In questa realtà rurale di così faticosi collegamenti si partorisce in casa, dove l'unica assistenza è quella delle vicine che hanno magari già quattro, cinque, sei figli. L'unica accortezza, in vista di una imminente nascita, è quella di comperare una lametta nuova per tagliare il cordone ombelicale del neonato. E' vero che anche in Italia fino a non molti decenni fa era solito che si partorisse in casa, ma sicuramente questo avveniva in una situazione igienica e culturale assolutamente differente e l'assistenza medica era a portata di mano.

Qui invece, qualsiasi imprevisto possa succedere in una capanna di fango uguale a tante altre nello sterminato territorio semidesertico eritreo, distante da tutto, è lì che deve essere risolto perché non c'è modo di farsi aiutare. Quando una madre muore, tutto quello che resta da fare è che i parenti prendano in braccio il piccolo e affrontino a piedi la distanza che li separa dall'orfanotrofio. Tuttalpiù possono nutrirlo lungo la strada dandogli da succhiare un po’ di zucchero avvolto in un fazzoletto.

Così, ci dicono le suore, arrivano questi bimbi, spesso dopo più di un giorno di cammino. Arrivare qui significa per loro continuare a vivere. Per fortuna non per tutte le donne è così in Eritrea. A Segheneyti , ad esempio, c'è un ambulatorio di maternità e infanzia dove le donne in attesa possono addirittura avere una ecografia del feto stampata in un elegante cartellina. Ma sono solo, purtroppo, una piccolissima minoranza.

Alle figlie della Carità è affidata anche una piccola clinica, approdo per numerosi malati, che compiono lunghi viaggi a piedi per raggiungerla. Una clinica, per nulla corrispondente a quelle che siamo abituate a conoscere. Qui clinica è solo un eufemismo. Le sue pur essendo semplici infermiere si adoperano, per questi fratelli, in condizioni igieniche precarie e in continua emergenza, manca persino la corrente elettrica. La mortalità è alta. Parlando, poi, con Suor Lettehawariat (lett. figlia degli Apostoli) che lavora nell’ambulatorio mi ha raccontato che ora che le ostilità con l’Etiopia sembrano in fase di risoluzione, i problemi legati ai rifornimenti delle medicine sono ancora molto gravi.

Tornata da Hebo, insieme al mio gruppo locale e all’aiuto del dott. Luigi Pagano, nel segno di Maria la nostra Grande Madre, da circa due anni con le nostre forze, stiamo portando avanti un progetto finalizzato all’aiuto concreto di Hebo. Lo scorso anno, grazie all’impegno di ciascuno, ma soprattutto grazie alla bontà di tanti benefattori, abbiamo raccolto circa 8000 Euro con la vendita di un calendario con le foto dei bambini dell’orfanotrofio. Con il contributo della Croce Rossa Militare Italiana, sono giunti ad Hebo e sono stati spesi per l’acquisto di medicinali di prima necessità e per i bisogni stessi dell’orfanotrofio.

Quest’anno stiamo cercando di raggiungere un sogno più ambizioso: portare l’acqua ad Hebo. Infatti, la mancanza di piogge abbondanti ha prosciugato del tutto i pozzi esistenti costringendo la popolazione a lunghe e faticose trasferte. Grazie anche, ad uno studio realizzato con il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università Federico II di Napoli, stiamo vivendo la possibilità di riportare l’acqua ad Hebo. Con la vendita della seconda edizione del calendario 2004 abbiamo già raccolto circa 9000 euro che serviranno per questo piccolo, ma fondamentale intervento per Hebo, volano e catalizzatore di un progetto integrato di sviluppo locale.

Sguardi di Amore persi nel profondo della speranza, pelle scura che contrasta il candore dei sorrisi…è la Vostra Africa.

Ai bambini di Hebo con eterna gratitudine per l’immenso e sconfinato Amore che ci avete regalato.

Emilia D’Arco

Resp. Ass. Mariana

Pregiato (Salerno)

 

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