Menu PrincipaleLa Consacrazione Mariana NELL'A.M Processi Formativi nella Gioventù Mariana Vincenziana Ruoli e Compiti L’Accompagnamento personale nell’Associazione Mariana Una rilettura del messaggio della Rue du Bac per il nostro tempo Antivirus |
Personalmente credo che una delle funzioni di un assistente nell’Associazione Mariana, la più gradita e a volte esigente, è senza dubbio offrire accompagnamento spirituale ai giovani ed ai gruppi. Diceva Socrate che “è cosa molto seria affidare la propria anima ad un altro”. In più noi siamo invitati a svolgere questo servizio ecclesiale, che tradizionalmente si chiamava “direzione spirituale” e che la teologia spirituale contemporanea ha arricchito ed ampliato, denominandolo “accompagnamento peronale”. Tutte le culture hanno riti di iniziazione alla vita adulta. In questo, l’accompagnamento dei giovani da parte di adulti con esperienza, gioca un ruolo fondamentale, per favorire la crescita e la maturità umana integrale. Ma oggi, esiste un deficit di questo tipo concreto di accompagnamento, entrando in crisi i luoghi tradizionali di socializzazione ed accoglienza (la famiglia, la scuola, la parrocchia, ecc.). Dice J. B.Metz che “l’uomo d’oggi è sempre più un proprio esperimento personale, prescindendo, come mai è accaduto prima, da tutta la saggezza di vita anteriore a lui”. É quello che sperimenta la maggior parte dei giovani che entrano nei nostri gruppi. Senza dubbio, seguendo F. Savater nel suo libro “Il valore di educare”, pensiamo che la relazione tra un adulto ed un giovane nell’ambito educativo-pastorale è come il muro e la pietra; senza il primo, la seconda cade a terra. Le nuove generazioni hanno bisogno di compagni (dal latino “cum panis”) di cammino, gente che condivide con loro il pane e la saggezza della vita. L’accompagnamento personale si rende necessario specialmente quando parliamo di aiutare a maturare nella vita cristiana. Non è casuale che i vangeli – per esempio quello di Marco – si presentino come un cammino di discepolato che crea un gruppo riunito intorno ad un Maestro: Gesù. Lui è l’accompagnatore per eccellenza: mai cadde nella direttività che rende infantili né nell’abbandono dei discepoli alla propria sorte, ma camminava al loro fianco e condivideva la sua vita, suscitava domande, rispettava i ritmi personali ed animava i processi di crescita dall’interno, dando corso alle immense possibilità che ognuno racchiudeva nel proprio cuore. Precisamente in questo periodo di Pasqua, ricordiamo il bel racconto dei discepoli di Emmaus, paradigma o icona di tutto l’accompagnamento cristiano… Innanzitutto, Gesù si avvicina e si mette a camminare a fianco dei discepoli che fuggono da un progetto spezzato; mostra interesse per le loro preoccupazioni. Poi ascolta attentamente e li lascia parlare; si lascia interrogare ed interroga a sua volta, facendo poche ma opportune domande per facilitare la conversazione. Poi, riscalda i loro cuori e li aiuta a leggere alla luce della Scrittura la loro storia, facendogli scoprire il significato di tutto ciò che stanno vivendo. Una luce nuova comincia a brillare.... Finalmente, accetta l’invito di fermarsi ed entra nell’intimità della loro casa, resta con loro, si siede a tavola con loro, condivide il loro pane... ed è lì, che aprono i loro occhi... e “lo riconobbero allo spezzare del pane” (Lc 24, 31.35)… ma egli scompare... Loro ritornano a Gerusalemme, perché sentono la neceesità di condividere con altri la loro esperienza, la felicità... Ed allora la comunità conferma loro: “è vero, è resuscitato” (At. 24,34). Tutto un processo, un lungo cammino da Gerusalemme ad Emmaus, due leghe di cammino condiviso dove riconosciamo gli elementi che configurano tutta l’esperienza di accompagnamento: presenza vicina e fiducia, annuncio ed accoglienza della buona novella, invito all’ascolto della Parola, inizio ed approfondimento della celebrazione cristiana, impegno missionario.... Impariamo da Gesù, modello di accompagnatore. Vi invito questo pomeriggio a rivedere la vostra esperienza come accompagnatori dei giovani... Anche se la Quaresima è già passata, facciamo nuovamente un “esame di coscienza” e rivediamo se è vero, come Gesù, che siamo compagni di cammino e pellegrini con i giovani. Il compito di accompagnare i giovani ed i gruppi nel seguire Gesù esige persone debitamente preparate e con vocazione per realizzare questo ministero. L’accompagnatore deve riunire qualità umane specifiche, offrire la propria testimonianza di vita cristiana e possedere una sufficiente preparazione tecnica. Per sviluppare il suo lavoro con un minimo di garanzie di riuscita, per arrivare ad essere un buon accompagnatore deve tendere ad integrare nella vita qualità essenziali che abbiamo riunito in dieci punti base, qualcosa come il “decalogo del buon accompagnatore”. 1. Una persona che "agevola" "Accompagnare" la chiamata a seguire Gesù, essendo partecipi del suo progetto di vita piena, è il compito primo dell’accompagnatore e lo strumento essenziale, è il contatto interpersonale con colui che è accompagnato. Senza l’incontro, la vicinanza affettuosa, l’ascolto attento ed il dialogo fraterno è impossibile l’accompagnamento... É necessario, poi, offrire ai giovani una attenzione personalizzata, che li aiuti a confrontrsi con se stessi, a prendere acqua dal proprio pozzo, a risvegliare tutte le potenzialità che portano dentro e – finalmente – a scoprire e vivere la loro vocazione. Per questo l’accompagnatore deve essere prima di tutto un buon conversatore. Le scienze moderne che studiano l’uomo e le sue relazioni, specialmente la psicologia, hanno scoperto tecniche che favoriscono l’incontro, la comunicazione ed il dialogo con colui che è accompagnato affinché tra di loro possa crearsi una “relazione di aiuto”, come la chiama lo psicologo umanista Carl Rogers. Egli scoprì che la cosa importante nel suo lavoro non era preoccuparsi tanto di come trattare, curare o cambiare la persona che gli chiedeva aiuto, ma come arrivare ad una relazione che la stessa persona poteva utilizzare per il proprio sviluppo. Sulla base di questa idea stava la convinzione che l’individuo possiede in se stesso la capacità sufficiente per camminare verso la propria maturità. Così, se il "cliente" si "auto-aiuta", al terapeuta resta solo di fare tutto il possibile per creare un clima psicologico che gli permetta, una “realazione” sana e nutriente. Per raggiungere questa speciale relazione, deve rendere visibile al giovane accompagnato lo sforzo che facciamo per manifestargli i nostri veri sentimenti (trasparenza); per accettarlo così come è, individuo diverso e prezioso per proprio diritto (tolleranza, apertura); e per essere capace di osservare ed interpretare il mondo così come lui lo vive (comprensione empatica). Ho raggiunto una relazione sana e nutriente con i giovani che accompagno? Dedico loro un’attenzione personalizzata? Cerco di creare un clima di ascolto, tolleranza, apertura, comprensione empatica, che animi il giovane a crescere?
2. Una persona "trasparente" L’accompagnatore è una persona che lotta giorno per giorno per crescere in autenticità e coerenza, per essere vero, cercando di non nascondersi dietro le sue conoscenze o la sua apparente posizione di superiorità, rispetto al giovane accompagnato. Quanto più è capace di essere se stesso nella relazione, quanto più radicalmente rinuncia a nascondersi dietro maschere o ruoli di carattere difensivo o professionale, tanto maggiore è la probabilità che l’accompagnato cambi e cresca in modo costruttivo. Questo richiede che l’accompagnatore abbia una conoscenza profonda di sè e impari a percepire ed accettare le emozioni che scorrono in lui durante la relazione. Per questo il termine “trasparenza” esprime bene questo modo di essere: egli si renderà “trasparente” all’accompagnato, nella misura in cui questi non percepisca alcuna riserva mentale o ambigua. Così si crea una sostanziale coerenza tra le emozioni più profonde, i pensieri e quanto esprime all’accompagnato. La forma più elementare di trasparenza che deve curare l’accompagnatore è che, per lo meno, non esistano contraddizioni tra ciò che comunica verbalmente e ciò che esprime nel linguaggio non verbale. Da qui parte uno sforzo maggiore per raggiungere l’autenticità nelle relazioni, che culminerà quando l’accompagnatore sarà capace di stabilire con se stesso una relazione di aiuto, cioè, conoscersi, accettarsi e restare trasparente davanti a se stesso, per poterlo fare davanti agli altri. É trasparente ciò che vivo, perché vivo con coerenza? O mi nascondo dietro maschere e ruoli, senza arrivare a mostrarmi como sono? C’è concordanza tra la mia comunicazione verbale e la mia comunicazione non verbale? Ho stabilito con me stesso una relazione di aiuto, per conoscermi sempre di più, accettarmi ed essere trasparente a me stesso? 3. Una persona "tollerante" Quando un giovane entra in relazione interpersonale profonda con il suo accompagnatore, richiede l’accettazione positiva, incondizionata ed affettuosa che è necessaria per scoprirsi, abbandonare i meccanismi e le maschere che ha acquisito per difendersi dagli altri, e cominciare ad avanzare verso la propria maturità. Per questo l’accompagnatore deve essere una persona tollerante ed aperta, nel sentimento profondo di amare il diverso e non solo “permettere” il differente da lui. La valorizzazione positiva dell’accompagnato si fonda sull’affetto e l’amore... L’amore è una preoccupazione attiva per la vita e la crescita di chi amiamo... Sa accompagnare i giovani solo chi li ama. Con un amore simile a quello di Gesù per il giovane ricco: “fissandolo nello sguardo, lo amò” (Mc 10,21). La tolleranza fiorisce lì dove l’interesse ed il rispetto per la persona si va autentificando e potenziando, a partire da un affetto che esclude giudizio e valorizzazione fatta senza amore. Considerazione positiva incondizionale è, poi, uguale all’amore profondo e passa attraverso la comprensione, la benevolenza ed il rispetto verso il giovane. Per arrivare a questo profondo amore verso i giovani, l’accompagnatore deve camminare su una corda fina che separa la freddezza professionale, come meccanismo per evitare il contagio emozionale, dall’eccessiva implicazione affettiva che risveglia nell’accompagnato penose dipendenze ed ansie. Mantenere l’equilibrio esige da parte dell’accompagnatore un livello alto di autoconoscenza, autonomia ed unificazione della personalità. Ho cercato questa accettazione positiva, incondizionata ed affettuosa dei giovani che accompagno? Mi crea problemi camminare sulla corda fina che va dal sano distacco fino alla sana implicazione affettiva? Oppure il mio accompagnamento genera dipendenze?...
4. Una persona "empatica" Oggi più che mai i giovani hanno bisogno di Padri e Suore con un atteggiamento vicino, comprensivo e capace di porsi nella pelle dell’altro; di vedere, sentire e comprendere il mondo come il giovano lo vede, sente e comprende. Questa qualità, denominata “comprensione empatica” è imprescindibile nell’accompagnatore, che deve imparare ad accogliere le emozioni sentite dall’accompagnato e fargli sapere che lo comprende e che gli è vicino in tutto ciò che gli accade. A chi si sente conosciuto non importa essere richiamato. A chi si sente voluto non importa essere ripreso. Il difficile di questa comprensione dell’altro è superare i livelli semplici di simpatia, che suppongono soltanto una implicazione emotiva nella relazione, per entrare a fondo nel mondo interiore dell’altro e riuscire a verbalizzare oggettivamente non solo le emozioni che affiorano alla coscienza dell’accompagnato, ma anche le incoscienze manifestate solo implicitamente. La "risposta-riflesso" o "risposta-specchio" è la tecnica più adeguata per trasmettere l’empatia. Consiste nel ripetere ciò che l’accompagnato manifesta in modo verbale e non verbale, ma senza usare le sue stesse parole e cercando di rimandargli l’autentico contenuto dei sentimenti che sta esprimendo. Se l’accompagnatore è capace di “leggere” quello che veramente gli sta comunicando favorirà il giovane nell’approfondire l’esplorazione di se stesso, anche se gli risulta doloroso, nell’intuire che non ha nulla da perdere di fronte a colui che gli sta dimostrando che lo capisce e lo accetta, così come è, senza emettere giudizi valutativi. Sono passato dall’essere Padre o Suora simpatico all’essere colui ch,e anche se esige, li comprende a fondo? Utilizzo con frequenza la risposta-specchio durante i colloqui?
5. Una persona "accompagnata" Il processo dell’accompagnamento personale è iscritto in un contesto maggiore che è la comunità di fede. Accompagnato ed accompagnatore percorrono un cammino di aiuto reciproco nel quale entrambi si avvicinano progressivamente all’incontro con Dio, per mezzo di Gesù, dentro la Chiesa. Entrambi sperimentano, nella comunità concreta, la lotta per costruire il Regno a partire dalla disponibilità verso Dio, verso la Chiesa ed i poveri e scoprono l’appoggio di coloro che condividono la stessa vita, la stessa fede ed il compito comune di evangelizzazione. L’accompagnatore deve sentirsi “accompagnato” dalla comunità alla quale appartiene; ma egli stesso deve aver sperimentato l’accompagnamento di altri più “adulti nella fede”. Se nel nostro processo di maturità della fede abbiamo sentito ed ancora sentiamo la guida, l’appoggio, l’accettazione, l’ascolto, la comprensione dell’altro che segue i nostri passi, ci risulterà più facile fare lo stesso con gli altri. Ma anche se ci lasciamo accompagnare scopriremo il valore dell’ “assistente-assistito” come pure, se ci lasciamo accompagnare scopriremo il valore dell’ “assistente-assistito” negli stessi che lui accompagna e nel suo accompagnatore. In questo modo si va tessendo nella comunità una “rete di aiuto” che avrà lo stesso ruolo di quella che mettono agli equilibristi del trapezio per salvarli da alcuni rischi in cui possono incorrere. Questa idea dell’ accompagnatore accompagnato si rende visibile nelle nostre comunità quando si creano gruppi di accompagnamento. Questi sono necessari per garantire un processo di proseguimento coerente, per salvare situazioni ambigue e pericolose nelle quali può trovarsi un accompagnatore e per assicurare una formazione continua, impedendo così di restare bloccati in tecniche e forme soggettive di accompagnare. Sono un accompagnatore accompagnato, un assistente assistito? Mi lascio accompagnare dalla mia comunità locale, condivido con questa il mio lavoro con i giovani? Condivido le mie difficoltà con altri che accompagnano a loro volta i giovani?...
6. Una persona con "vocazione" Il lavoro di accompagnare è una missione ecclesiale e coloro che la realizzano devono sentirsi chiamati da Dio e destinati dalla comunità a sviluppare questo ministero. Né la necessità, né l’urgenza, né il mandato di un superiore, dovranno forzare qualcuno a dedicarsi all’accompagnamento se non è convinto e sicuro, perché gli accadrebbe come al medico della commedia di Moliére che finì per fare il suo lavoro per forza, senza crederci, al minimo, senza preparazione e dedicando il tempo peggiore. L’accompagnatore non è un “obbligato” , un professionale o un tecnico, ma una persona che ha ricevuto il dono, convinta che il suo lavoro è importante e che dietro di lui c’è una comunità che lo sta appoggiando e che lo ha inviato. Così non si perderà d’animo di fronte alle difficoltà , la stanchezza, l’impotenza di fronte a certe situazioni personali, l’apparente inefficacia o perdita di tempo, la lentezza nella maturità dei suoi accompagnati... Le attitudini che permettono di crescere nella vocazione di accompagnare sono la disponibilità, la compiacenza e l’impegno incondizionato a questo lavoro, un impegno che è impossibile se la prima cosa e quella centrale nella nostra vita non è la scelta di Gesù Cristo ed il Vangelo del Regno, fondamento, impulso e meta della nostra esistenza. Mi sento invitato da Dio ad accompagnare i giovani? Sono convinto che questo lavoro è importante? Sento che dietro di me c’è una comunità che mi sta appoggiando e mi ha inviato?...
7. Una persona "mistica" Credo che oggi tra di noi si abbia paura della parola “mistica”; si confonde a volte con espressioni della stessa che sono parziali, o addirittura equivoche. Il mistico è la persona che ha una profonda esperienza di Dio...Tutto ciò che lui è, le sue idee, i suoi pensieri, sentimenti, tutto ciò che dice e fa, anche la storia e gli avvenimenti, li vede impregnati ed attraversati da Dio Padre, Figlio e Spirito. Il mistico non fa le cose per se stesso, se non con Dio, cioé, è aperto a un sentimento più profondo delle cose, che non si trova, se non si presenta o scopre, perché c’è qualcuno che lo mostra e che lo dirige. Già lo diceva Karl Rahner, "il cristiano del futuro o è un mistico, una persona che ha sperimentato “altro” o non sarà cristiano". Lo stesso potremmo dire dell’accompagnatore: non basta la sufficiente preparazione tecnica, umana e teologica, ciò che veramente importa è che abbiamo una autentica esperienza di Dio, che siamo per i giovani uomini e donne di Dio. Come diceva San Vincenzo, per questo “è necessaria la vita interiore, devi cercarla; se manca, manca tutto...Cerchiamo, fratelli miei, di renderci interiori, far sì che Gesù Cristo regni in noi; cerchiamo, usciamo un pò da questo stato di tepore e di dissipazione... Cerchiamo la gloria di Dio, cerchiamo il regno di Gesù Cristo” (SV, XI-3, 429). Se vogliamo fare altro tra i giovani, dobbiamo restare radicati in Gesù Cristo, per una vita di preghiera che nasce dalla vita e ci porta nuovamente ad essa, per trasformarla; per una costante ricerca della volontà di Dio su di noi, sui più svantaggiati e sul mondo; in definitiva, per una consegna senza riserve alla costruzione del Regno. Ho una autentica esperienza di Dio che posso comunicare ai giovani che accompagno?Prego per loro e con loro?Oppure sono uno di quelli che credono che facendo molto otterremo risultati migliori?.
8. Un "educatore", che favorisce il “protagonismo giovanile” All’accompagnatore si chiede di essere anche un educatore, perché è responsabile di animare un processo di maturazione che deve integrare tutte le dimensioni della persona. Nella JMV abbiamo scelto la vita in gruppo come strumento pedagogico che ci permette di raggiungere questi obiettivi. Pertanto, affinché si abbia un accompagnamento integrale si deve accompagnare non solo l’individuo, ma anche il gruppo. Un buon accompagnatore della AM deve prestare attenzione al processo di gruppo: centrare il gruppo sui suoi obiettivi, potenziare un’atmosfera sana, favorire la comunicazione interpersonale, l’organizzazione del lavoro, il prendere decisioni, creare spazi di apprendimento in comune, proporre iniziative e cammini nuovi, mediare nei conflitti di gruppo, aiutare a rendere i momenti di crisi come momenti di grazia, e offrire diverse prospettive per il futuro sbocco del gruppo. Ed in fondo: amare il gruppo che vi è stato affidato. Senza tenerezza e affetto, come quelli di un padre o una madre, questo dialogo educativo sarebbe impossibile e più difficile arrivare a riconoscere che il miglior accompagnatore è colui che ha bisogno sempre meno, perché l’accompagnato sta arrivando alla sua “età adulta” in Cristo. Magari potessimo essere come Giovanni Battista, che non si mise al centro della scena né assunse un compito di dominio, ma cercò sempre di lasciare i suoi discepoli: “Io non sono il Messia… solo lui è quello che prepara il cammino”. Il buon accompagnatore non ha paura di perderli, perché sa che non sono suoi; per questo li incoraggia e li lascia in totale libertà per continuare la propria ricerca personale. Inoltre, si sente felice di aver indicato il cammino. Ed esce elegantemente dalla scena, senza cercare applausi o riconoscimenti, perché ha compiuto la sua missione: “è necessario che lui cresca ed io diminuisca” (Gv 3,28-30). Pertanto, un buon accompagnatore deve aiutare i giovani ad assumere la propria leadership e dirigere in maniera sana il loro protagonismo, assumendo ogni volta maggiori responsabilità nel cammino del processo formativo e di gruppo. Perché nella AM l’assistente è prima di tutto un “animatore di animatori”. Qual’è la qualità del mio accompagnamento ai gruppi della AM? É un accompagnamento multidimensionale, che cerca di integrare le diverse dimensioni della persona? Ho imparato ad uscire di scena elegantemente, perché “Lui cresca ed io diminuisca?” Favorisco un sano protagonismo giovanile nel gruppo?...
9. Una persona "adulta nella fede" L’età dell’accompagnatore è un tema che preoccupa molti, però più importante è l’ “età” della fede alla quale è arrivato. Naturalmente deve essere un profondo credente colui che va ad essere testimone di fede nell’accompagnamento. Quello che si trova in fasi superiori dei processi di crescita nella fede può essere accompagnatore di quelli che iniziano, e dei primi altri credenti maggiori di loro. Perciò non importa tanto, all’inizio, l’età o lo stato o il ministero che svolge nella comunità, ma la disponibilità e la capacità per accompagnare la fede dell’altro. Essere adulto nella fede per l’altro, suppone di trovarsi in cammino verso la santità, ed andare conquistando giorno per giorno un profondo spirito di fede, familiarità con Dio nella vita, abnegazione al sì; essere passato attraverso il mistero pasquale, attraverso la morte e la resurrezione, nel seguire Cristo. Per raggiungere ciò non è male per l’accompagnatore conoscere sempre più la teologia spirituale, confrontare la sua vita con l’esperienza di alcuni maestri spirituali che lo possono aiutare a comprendere il proprio cammino spirituale, e ciò che cerca di rivelare a coloro che accompagna. Fin dove sono arrivato nel cammino di maturità nella fede? Che tappe mi mancano ancora da percorrere? La mia attuale situazione mi qualifica per accompagnare la fede di altri? Metto a confronto il mio cammino con l’esperienza dei grandi maestri spirituali?...
10. Una persona che "conosce i suoi limiti" Un buon accompagnatore conosce le sue limitazioni, sa fin dove può arrivare, riconosce che può sbagliare ed è preparato ad accettare il fallimento. Deve essere cosciente che, per quanto sia molto preparato umanamente e spiritualmente, nell’accompagnamento, come in ogni relazione che intavolano gli esseri umani, nulla può essere calcolato in anticipo; ci sono situazioni che sfuggono al controllo…. Bisogna essere disposti a lasciar agire lo Spirito. A volte, all’accompagnatore resta solo di far sue le parole di san Paolo: "Io ho piantato, Apollo ha innaffiato; ma Dio ha fatto crescere. In modo che né colui che pianta fa altro né colui che innaffia, ma è Dio che fa crescere. Colui che pianta e colui che innaffia sono la stessa cosa; anche se ognuno di loro riceverà il salario secondo il proprio lavoro, dal momento che siamo collaboratori di Dio e voi il terreno di Dio, costruzione di Dio " (1 Cor 3, 6-9). Quali sono i limiti che sperimento in questi momenti come persona e come accompagnatore? Chi accompagno? Sono cosciente di essere solo un collaboratore, e che è Dio che fa crescere?... Per finire, se volete essere buoni accompagnatori, non dimenticate di favorire l’incontro personale e l’elaborazione del progetto di vita : sono le due risorse che ci aiutano a condividere il cammino e crescere insieme verso la maturità. É necessario il dialogo frequente, franco e aperto, che parte dalla vita di ogni giorno, e ci porta a guardarla con gli occhi di Dio ed a trasformarla secondo i valori del Vangelo. È importante progettare sin dal primo momento l’elaborazione del progetto personale di vita, come strumento utile che aiuta i giovani ad essere coscienti della loro situazione personale, del momento del cammino nel quale si trovano, dell’orizzonte verso il quale vogliamo camminare e dei passi che possiamo fare. Cari Padri e Sorelle... Non fatevi spaventare da questo decalogo, perché queste qualità sono semplicemente l’ “ideale”. Voglio solo che serva tanto per autovalutare il nostro lavoro come per esplorare i nostri desideri di “conquistarle”. La prima impressione, nel confrontarci con esse, è lo scoraggiamento, pensare che sono irraggiungibili per noi e che solo pochi privilegiati le hanno. Però, pensare così è un errore, perché sono soprattutto abilità e come tali possiamo acquisirle con un pò di impegno e sforzo. A qualcuno costerà più che all’altro, però non esiste abilità, per molto difficile che sia, che non si raggiunga a forza di conoscenza, esercitazione e pratica. Ho voluto solo mostrarvi questo pomeriggio il punto di arrivo, la meta da conquistare. Allora dobbiamo prendere l’aratro ed avanzare. Come disse Antonio Machado: “viandante, non c’è cammino, il cammino si fa andando”. Pedro Castillo, C.M. BIBLIOGRAFIA: - C. ROGERS. Il processo di convertirsi in persona. PAIDOS, Barcellona 1994 (Ed. 9°), 30-68. L. CIAN. La relazione di aiuto. CCS, Madrid 1994. Cáp. 9. J.R. URBIETA. Accompagnamento dei giovani. PPC, Madrid 1996. 113-117; Sotto l’impulso dello Spirito. SM, Madrid 1986. 105-175. J. SASTRE. Accompagnamento spirituale. SAN PAOLO, Madrid 1993. 111-113. L.M. GARCÍA DOMíNGUEZ. L’accompagnatore: preparazione e difficoltà nella relazione, nella Revista "Todos Uno" 111 (1992) 65-79. |
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